27 settembre - 3 ottobre
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* Proiezione in VOST (inglese con sottotitoli in italiano)
Mercoledì 3 proiezione al prezzo speciale di € 4,00
Un film di Spike Lee. Con Adam Driver, Ryan Eggold, Topher Grace, Laura Harrier, Robert John Burke.
Titolo originale Blackkklansman. Drammatico, durata 128 min, colore - USA, 2018 - Universal Pictures.

Blackkklansman.  La storia di Ron Stallworth, il poliziotto afro-americano che riuscì a entrare a far parte del Ku Klux Klan. Il film ha vinto il Gran Prix della giuria al Festival di Cannes. 

Colorado, anni Settanta. Ron Stallworth entra nel Dipartimento di polizia di Denver dopo la laurea. Fra i suoi primi incarichi c’è quello di infiltrarsi ad un incontro con il leader afroamericano Stokey Carmichael, dove Ron si imbatte in Patrice, una sorta di Angela Davis organizzatrice dell’evento e convinta sostenitrice del movimento di autoaffermazione black. È un risveglio per il giovane uomo che fino a quel momento sembrava non aver prestato troppa attenzione alla propria appartenenza razziale, nè troppo valore al proprio background etnico.

A Ron viene l’idea di infiltrarsi nel Ku Klux Klan locale, cui si propone come nuovo membro. Naturalmente puo’ farlo solo al telefono, dato il colore della sua pelle, e avrà bisogno di un alter ego bianco in grado di incontrare di persona il gruppo razzista.

Entra dunque in scena Flip Zimmerman, collega poliziotto di origine ebraica pronto a farsi passare per un membro della pura razza ariana di nome… Ron Stallworth.

La necessità, e talvolta il desiderio inconfessabile, delle minoranze di mimetizzare la propria identità per integrarsi nella maggioranza è il cuore della storia (incredibilmente vera) che Spike Lee ha deciso di portare sul grande schermo dopo che Jordan Peele, il regista di Scappa – Get Out cui era stata inizialmente proposta, ha preferito rinunciare a dirigerla personalmente. Proprio da questo passaggio di mano però nasce il problema della realizzazione di BlacKkKlansman: perchè laddove Peele era stato chirurgicamente preciso nel narrare, in forma di horror, la grottesca pertinacia del razzismo di matrice specificatamente statunitense, Lee perde concentrazione nel cambiare spesso registro – dal comico al tragico al satirico “tarantiniano” – e i suoi topos – l’elenco degli insulti razziali, gli stereotipi etnici, l’ironia caricaturale – risultano qui meno efficaci.

“Non dovresti essere continuamente in guerra con te stesso”, dice Patrice a Ron, “dovresti solo essere nero”. Ed è sacrosanto che Spike Lee riproponga proprio oggi, all’indomani degli scontri di Charlottsville fra neonazisti e oppositori, la tendenza negli Stati Uniti (e altrove) a riesumare un’idea di superiorità razziale che contiene in sè il proposito di eliminare chi appartiene ad etnie differenti. Ma il continuo riferimento all’invito del presidente Trump di “far tornare grande l’America” perde rilevanza nella reiterazione, e la caratterizzazione macchiettistica di alcuni appartenenti al Klan sminuisce la credibilità di una vicenda che ha molti aspetti surreali ma dovrebbe conservare un fondo autentico di realtà.