1 - 7 dicembre
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* Proiezione in VOST (inglese con sottotitoli in italiano)
Mercoledì 30 ingresso al prezzo speciale di € 4,00
Luca Guadagnino
Un film di Luca Guadagnino. Con Taylor Russell, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, André Holland, Chloë Sevigny.
Titolo originale Bones and All. Drammatico, Horror - V.M. 14 , durata 130 min, colore - Italia, USA, 2022 - Vision Distribution.

Bones and All. Dentro le viscere del romanzo di formazione, dentro l’horror magnifico genere “romantico”, un film che riesce a rappresentare l’irrappresentabile al cinema, ovvero ciò di cui siamo fatti noi umani… Vincitore del premio Miglior Regia e Miglior Attrice Emergente all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. 

Recensione di Federico Chiacchieri pubblicata su Sentieri Selvaggi

Cieli infiniti nell’America rurale degli anni Ottanta e, sotto di loro, i corpi di due post-adolescenti, Maren e Lee. Immaginate quel magnifico film che era Near Dark, di Katherine Bigelow, con l’emozione calda di uno sguardo di Bernardo Bertolucci dentro un paesaggio raccontato da Sam Shepard…  No, non è né un mix né un remix, e se ci sta qualcosa di più lontano dall’estetica postmoderna e dalle pratiche culturali del vintage odierno è proprio questo Bones and All, di Luca Guadagnino.

Siamo, invece, forse anche indipendentemente dalle dichiarazioni dei suoi autori (qui Guadagnino torna a lavorare con Dave Kajganich con il quale ha condiviso A Bigger Splash e Suspiria, ma di cui non possiamo dimenticare la magnifica serie The Terror), dentro le viscere del romanzo di formazione, tutto dentro le pratiche dell’horror che nelle sue origini era un magnifico genere “romantico”.

Maren (un’incredibile Taylor Russell che riempie lo schermo con il suo volto/corpo fluido e disarmante) è una diciottenne che vive con il padre, e mentre cerca di trovare nuove amicizie nella nuova città dove è arrivata da poco, si trova costretta a fare i conti con la sua “natura”, e un’incontrollabile “fame carnivora” che arriva improvvisa e irrefrenabile. Questa fame non si adatta bene alla vita sociale (anche se siamo nel cuore del capitalismo del ‘900, in quegli anni Ottanta reaganiani che ormai sono un nuovo archetipo dell’immaginario, quando il cannibalismo sociale prese il sopravvento massacrando ogni conquista sociale dei decenni precedenti…), e quindi padre e figlia scappano di nuovo, per una nuova città, una nuova vita, forse. Ma il padre (lo straordinario André Holland) non ce la può più fare, e decide che per Maren è ora di cavarsela da sola, in quest’America luogo di ogni possibilità, ma dove il futuro non sembra essere previsto, per i giovani e gli emarginati.  Ed eccola Maren, consapevole di questo suo maledetto “vizio”, girare da sola per le strade, che sembrano naturalmente il luogo dei “dimenticati”, dei maledetti, dei senza casa, senza famiglia, senza beni al sole. E l’incontro con il vecchio Sully (solito impeccabile Mark Rylance) le aprirà nuovi orizzonti e anche nuove paure: non è sola in questo mondo di disadattati che si nutrono degli altri, ma nello stesso tempo non si sente neppure protetta da questa invisibile comunità di vampiri diurni. Cosa che invece non accadrà quando incontrerà Lee (Timothée Chalamet, forse più un vampiro che un attore!), altro strano essere che sembra essere divorato dalla vita, mentre invece è lui a divorarla giorno dopo giorno….

E i due, come fossero dei Bonnie e Clyde degli anni Ottanta, Cannibali come la rivista fondata da Stefano Tamburini, iniziano un viaggio di continua andata e ritorno dalle loro rispettive famiglie (la sorella Kayla per Lee, la madre mai conosciuta per Maren), come se fosse impossibile immaginarsi una vita senza un contenitore di riferimento, anche per due vagabondi in fuga (dai sentimenti?) come era possibile solo negli anni ‘80.

Non è un caso che la colonna sonora, curata da Trent Reznor e Atticus Ross (già Nine Inch Nailsa) sia illuminata da due momenti di pura new wave, Atmosphere Joy Division (1980) e Your Silent Face, New Order (1983), che sembrano davvero segnare qualcosa che esiste solo attraverso l’immaginario cinematografico.

Cosa sto dicendo? Forse l’ho scritto proprio in quegli anni (1980, fuga dai sentimenti, se proprio lo volete leggere lo scaricate gratis da qui). Ormai sono passati oltre 30 anni… Ma gli anni ottanta hanno segnato le nostre vite, e stanno ancora lì a massacrare gli immaginari dei giovani di oggi, come un terribile refrain di un mondo destinato a scomparire.

Ecco, Bones and All (riferimento al romanzo di origine di Camille DeAngelis), non sembra fatto di ossa, ma di tutto il resto, di carne e desiderio, di un’irrefrenabile voglia di vivere, ma soprattutto di capire cosa ci succede quando siamo in vista dell’età della ragione, quell’attimo sottile e irrefrenabile dove tutto ci appare (im)possibile, dove ogni desiderio sembra un orrore, e dove i corpi segnano la vita come fili d’erba, appena sfiorati dal vento…

Ammiro in Guadagnino questa sua incredibile capacità di raccontare l’amore, come se fosse ogni volta l’ultimo sentimento possibile, prima di morire. Come se per passarci attraverso, necessariamente, si debba passare dentro il suo apparentemente opposto, il dolore.

Quelli di Maren e Lee sono due corpi in cerca di altri corpi di cui nutrirsi, ma soprattutto in cerca di spiegazioni sul perché nella vita tutto è così maledettamente complicato, eppure così dannatamente semplice… Guadagnino, come solo pochi registi sanno fare, ama e divora letteralmente i suoi protagonisti, sembra davvero nutrirsi delle loro emozioni, il suo cuore sembra vivere dei loro battiti cardiaci, i suoi occhi deliziarsi dei loro vestiti trasandati pre-grunge, le sue orecchie nutrirsi delle musiche post-punk migliori del secolo scorso, ma alla fine, nella vita, quello che conta più di tutto è irrappresentabile al cinema (tranne il grande John Waters), e lui ci prova lo stesso: siamo fatti di odore e sapore. Come questo magnifico, dolcissimo, romantico e saporitissimo film.

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