PROGRAMMAZIONE CONCLUSA
Un film di Erik Gandini. Con Lars Traghard, Marie Helena Fjallas, Marta Corradi, Ole Schou, Anni Stavling.
Titolo originale The Swedish Theory of Love. Documentario, durata 76 min, colore - Svezia, 2015 - Lab80.

La teoria svedese dell’amore. In Svezia oggi vige un welfare inaugurato dalle politiche socialiste dei primi anni ’70, volte a rendere indipendenti i singoli dal vincolo economico dei familiari. Un indirizzo sociale teso alla liberalizzazione dei rapporti sociali ma paradossalmente virato ai limiti dell’autoritarismo, che in quattro decenni avrebbe favorito la creazione di famiglie mononucleari e il radicalizzarsi di un individualismo conformista e infelice. È la tesi del documentarista Erik Gandini, di madre svedese e padre italiano, noto al pubblico italiano per il controverso Videocracy (2009), che si ispira al saggio di Lars Traghard e Henrik Berggren (il cui titolo italiano sarebbe “Gli svedesi sono umani?”) del 2006.
Naturalizzato svedese e con base a Stoccolma, Gandini lancia allo spettatore delle provocazioni a partire dal titolo e dal confronto tra due opposte scale di valori: egoismo consumistico versus collettivismo solidale, solipsismo contro espressione del sé, Occidente contrapposto all’Africa. Il punto di vista è quindi insieme interno ed esterno, critico e partecipe, volutamente ambiguo, tra ironia (per pochi) e freddezza glaciale: la “teoria svedese dell’amore” sostiene che alla base di una relazione autentica ci sia l’assenza di vincoli di dipendenza. L’autore sembra concentrarsi sullo sbriciolamento del mito (non solo italiano) dell’amore libero: ma il tono didascalico, quasi super partes, della voice over che accompagna le immagini (con in più l’effetto eco sulle parole chiave), l’insistenza della macchina da presa su inquadrature simboliche come ambienti asettici, freddi, vuoti o abitati da una sola persona, illuminati spesso da una luce bianca e potente, e un commento musicale sopra le righe non rendono un buon servizio all’intento dialogico del film.
Vengono accostati tra loro alcuni casi che dovrebbero relativizzare il valore dell’indipendenza nella società svedese ma che sullo schermo si fermano allo status di aneddoti: la donna single che vuole un figlio in fecondazione assistita ma non un compagno; i dipendenti statali incaricati di documentare le morti delle persone di cui nessuno si interessa; donatori di sperma in azione (che rievocano la comicità da alienazione dell’episodio nordeuropeo di Sesso matto di Dino Risi) e il manager vagamente xenofobo di una società di congelamento del seme; un gruppo volontario di ricerca di persone scomparse; una comunità che rifiuta l’alienazione imposta dal governo cercando uno stile di vita alternativo nella libera espressività nel bosco; una mediatrice culturale che fa da tramite tra i cauti locali e i rifugiati siriani. A fare da controcanto a questi connazionali, un chirurgo emigrato in Eritrea, che ribalta la prospettiva con la sua esperienza in un contesto in cui la comunità e la lotta alla sopravvivenza oscurano ogni pericolo di individualismo (come illustra una sequenza, al confine con il mondo movie, di rimozione di una lancia dal corpo di un cacciatore).