Anna Foglietta presenta Una storia
Anna Foglietta per la prima volta al PostMod

Si presenta in total white, Anna Foglietta, la prima ospite della nuova stagione del Postmodernissimo. Arriva direttamente dal Festival di Venezia, dalla sezione Orizzonti, dove concorreva col suo esordio da regista. “Si tratta di ‘una’ storia, con l’articolo indeterminativo e in minuscolo perché è una storia probabilmente uguale a molte altre eppure emblematica del nostro tempo”. Il film esce il 24 settembre e questa serata è la prima nazionale, il primo incontro col pubblico lontano dai meccanismi festivalieri. “Sono felice ed emozionata. Sono venticinque anni che recito, ma stavolta è tutto diverso: sento il peso e la responsabilità di aver realizzato un lavoro da regista”.
“La mia è una storia di provincia che della provincia ha il ritmo lento e compassato. Il film nasce da un’idea più che da un plot e mentre prendeva forma la mia mente andava costantemente ad Est: al cinema di Mungiu, per esempio, alle complicate sfaccettature dei suoi personaggi; e poi avevo in testa le atmosfere di Koreeda, i finali aperti di Kaurismaki. Il pretesto è la sindrome del nido vuoto: una figlia se ne va a studiare lontano e una coppia si ritrova improvvisamente a dover fare i conti con questo nuovo equilibrio. In realtà l’occasione è quella di raccontare le relazioni dentro un menage collaudato, cosa cambia, dentro la routine, quando ci si pone la domanda: é tutto qui?”.
Foglietta è un fiume in piena, prende le domande e le piega al suo racconto, va oltre, e ipnotizza il pubblico accorso (due sold-out, due volte la sala Caligari che straripa) e mentre racconta il suo film, parla di relazioni umane, del mondo che stiamo vivendo: “Io credo che sia giunto il momento di cambiare paradigma, di smetterla di gridare più forte di quelli che gridano. Abbassiamo la voce e costringiamo gli altri ad ascoltarci. Non vedo altro modo per invertire la rotta. Altrimenti restiamo fermi, immobili. C’è una scena nel film che racconta un pomeriggio al bar: gli avventori pensano ognuno al proprio campari, quasi non si rivolgono parola, tutto è terribilmente immobile. Ebbene, sopra il tetto del bar ho messo una bandiera della Palestina a sventolare: volevo raccontare che fuori dalle nostre vite comode e compassate esiste un mondo in fiamme che reclama di essere visto”.
Una storia è anche, e soprattutto, due attori: Alba Rohrwacher e Guido Caprino (rispettivamente Erika e Mauro), moglie e marito, lei abituata a servire gli altri, ormai incapace di riconoscere il proprio corpo, lui chiuso e introverso, impacciato con le parole, impaurito che qualcosa possa cambiare. “Sono due attori magnetici. Lavorare con loro è stato un dono. Sono meticolosi, accorati e generosi. Insieme abbiamo forgiato due personaggi sfaccettati e controversi: in cerca di spazio, ma a disagio nello spazio; con tutto il tempo del mondo a disposizione eppure con la paura di averne gettato via troppo e troppo a lungo”. Foglietta sperimenta, muove la mdp (operatore di macchina è Alain Parroni già regista del notevole Una sterminata domenica) con frenesia e coraggio, lavora con i riflessi, gli specchi, le deformazioni, i rituali. I corpi che ruotano attorno alla coppia sono spesso fuori fuoco, di spalle, tagliati: è un racconto intimo, gli altri sono superflui.
“E’ stato un anno di merda” sentenzia Erika sul finale del film, al momento della resa dei conti, dopo che un estate, un autunno e un inverno sono volati via. “Non c’è la primavera, ho preferito descrivere la quarta parte di questa storia con una piccola parolina che amo immensamente: poi! C’è dentro tutto: la possibilità, l’attesa, il futuro appunto, che i miei due personaggi potrebbero ri-costruire insieme”. Ed è curioso ritrovare in questo lavoro rimembranze bergmaniane: una sorta di strana fusione tra i silenzi di Persona e le dinamiche di Scene da un matrimonio. Il risultato è un film lontanissimo dalla consuetudine, quasi un disco volante, qualcosa che sembra sorgere dal cinema del passato per dialogare col nostro presente. E un film politico, certo: “Come potrebbe non esserlo? Parlare di una coppia vuol dire raccontare il mondo e lo starci dentro. Riuscire a porsi le domande, anche le più scomode, significa vivere politicamente”.
Testi di Simone Rossi
Foto di Eros Pacini
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