Iddu al Fuori Post
I registi Grassadonia e Piazza tornano a trovarci per presentarci il loro Iddu

IDDU – L’ULTIMO PADRINO: INTERVISTA A FABIO GRASSADONIA E ANTONIO PIAZZA
Con Fabio Grassadonia e Antonio Piazza c’eravamo lasciati qualche anno fa, sempre d’estate, al Fuori Post in Piazza Montessori con Sicilian ghost story. Ci siamo ritrovati al Barton Park per il terzo e ultimo capitolo della trilogia siciliana, Iddu – L’ultimo padrino.
La storia finisce qui o pensate potrà esserci un’ulteriore appendice? “La storia finisce qui. Con questo film crediamo di aver detto tutto quanto ci stava a cuore sul mondo mafioso e le sue dinamiche. Lo abbiamo fatto ogni volta adoperando registri diversi passando attraverso un miracolo con Salvo, il fantasy con Sicilian, e adesso usando l’arma della commedia grottesca”.
Un grande cast a partire dai due protagonisti, Elio Germano nella parte di Matteo Messina Denaro e Toni Servillo a interpretare Catello Palumbo. Intorno altri nomi importanti, da Barbora Bobul’ovà a Fausto Russo Alesi, tutti prevalentemente interpreti non-siciliani: una scelta o una casualità? “Per noi Iddu non è una storia solamente siciliana; è una storia in cui si specchia un Paese intero e quindi era importante che all’interno del racconto si ascoltassero altri dialetti, altre inflessioni. La lingua di Matteo doveva essere autenticamente la sua, della zona del trapanese, Castelvetrano. Con Toni invece abbiamo lavorato naturalmente nella sua lingua. La curiosità è che l’unico siciliano, Fausto Russo Alesi, interpreta un padovano. È stato un voluto rimescolamento di carte…”
“Toni e Elio erano le scelte originali, il primo doveva rispondere al ‘farabutto simpatico’; il secondo sa entrare nel personaggio con un lavoro di immedesimazione sconvolgente.” In realtà, poi, il cinema di Piazza e Grassadonia si distingue per la capacità di trascendere il genere e la tematica avvicinandosi così a una stagione del cinema italiano lontana e rimpianta. Da Salvatore Giuliano e giù giù a scendere attraverso i Petri di Indagine e Todo modo fino anche a Il caso Mattei sembrano essere queste le opere ispiratrici, racconti politici, ricostruzioni storiche che sanno aprirsi all’imponderabile, al fantastico, all’immateriale, al sogno. “È quel che ci sta più a cuore. Pur partendo da dati di realtà le nostre storie cercano sempre una forma trascendente. È importante quel ti mostriamo, è importante quel che tu capisci, ma è altrettanto importante creare lo spazio affinché lo spettatore interroghi autenticamente il senso di quello che vede, di quello che il fuoricampo gli impedisce di vedere, di quello che deve ascoltare per cercare di completare l’informazione che l’immagine gli fornisce. Le nostre storie non forniscono tutti i dati nel loro dipanarsi, ma cercano di dare forma a quell’ombra che accompagna i corpi che si muovono in determinati luoghi”.
L’idea del film viene ben prima della cattura di Matteo Messina Denaro. Lo spunto di Iddu è infatti in un breve carteggio ritrovato tra il boss e l’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino (nel film Catello Palumbo): “Quello che ci ha colpito era l’utilizzo della lingua e la sua mutevolezza. Il boss cambiava tono in base all’interlocutore. In più la struttura del pizzino, con chi aveva maggiore familiarità, come nel nostro caso col sindaco, dopo una prima parte dedicata all’affare da trattare, si apriva a incredibili digressioni, riflessioni filosofiche, esistenziali, letterarie (si definiva il Malaussène di Pennac). Rispetto alle leggende attorno a Messina Denaro, abbiamo fatto luce su un narcisista patologico e manipolatore che poteva muoversi in un mondo di assoluta ridicolaggine, dove la consistenza morale dell’umanità che gli ruotava intorno era tragicamente nulla”.
Un cinema di paradossi ed epifanie, quello del duo siciliano, capace di aprire squarci simbolici laddove sembrerebbe poter esistere solo la nuda e fredda realtà. Quel che viene letto e scritto nei ‘pizzini del film’ è vero, eppure, a volte, sembra più fantastico di un’opera di fantasia. È il caso del pezzo di puzzle mancante: “Il boss, per ingannare il tempo della latitanza faceva anche puzzle. Ne completa uno e si rende conto che manca l’ultimo incastro. Scrive una lettera di lamentele alla casa di produzione tedesca (assai nota) e nel testo della missiva aggiunge: non ci si può fidare più neanche dei tedeschi. Con tutti questi elementi in mano abbiamo fatto una scommessa: quella di immaginare la sua personalità. Quando infine è stato catturato ci siamo resi conto di averla vinta. Quello che invece avevamo chiaro fin da subito era che una simile latitanza non sarebbe stata possibile senza la protezione di pezzi deviati dello Stato”.
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