Rocco Papaleo e Andrea Fuorto presentano Il bene comune

Il regista e l'attore presentano il film al pubblico del PostMod

Rocco Papaleo e Andrea Fuorto presentano Il bene comune

IL BENE COMUNE/INTERVISTA A ROCCO PAPALEO E ANDREA FUORTO

Come vivere come fare
come dire no, come dire, come vivere
cosa esprimere cosa cambiare
come rimanere alti
”.

Come vivere, 1997.

Arrivano trafelati e sorridenti, Rocco Papaleo e Andrea Fuorto, in una sala Caligari traboccante di pubblico: “Eccoci. Scusate!”, e corrono sopra il palco. La visione de Il bene comune quinto film da regista di Rocco Papaleo è appena terminata. “A molti sembra incredibile che abbia girato cinque film. In tanti (ride) si sono fermati al primo, a Basilicata coast to coast. E come se non bastasse la domanda più frequente è: quando hai intenzione di girare il seguito? E come sarebbe ‘sto seguito? Un viaggio a piedi al contrario, stavolta dalla costa jonica a quella tirrenica. Alla fine l’ho girato un altro road movie, ma ascensionale, verticale, tutto teso verso il cielo.”

Ancora un film corale per Papaleo e a vocazione femminile: Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Rosanna Sparapano, Livia Ferri. E nel mezzo, oltre a Rocco, che si ritaglia il ruolo di guida alpina nel Parco Nazionale del Pollino, ecco Andrea Fuorto: “Nel film sei il nipote di Rocco. Ma ti aveva avvisato che avresti dovuto recitare in mezzo a un parterre di sole donne?” “In realtà è stato un privilegio. Perché queste attrici, ognuna con le sue prerogative, sono state per me l’occasione per carpire segreti di recitazione, modi di improvvisare, tecniche di concentrazione. Un film che è stato una palestra umana e artistica straordinaria”.

Ma Il bene comune nasce prima dalle storie dei personaggi o dai luoghi che si trovano ad attraversare? “Tutto è partito dal ‘pino loricato’, – dice Papaleo – da questo albero incredibile, resistente, capace di sopravvivere in condizioni limite. In origine, la prima volta che l’ho sentito nominare credevo si parlasse di una persona, di un certo Antonio Loricato. Poi ho creduto si trattasse di un ristorante: dalle mie parti ce n’è uno con questo nome. Poi ho capito che si trattava di un arbusto, sono salito in cima alla montagna e me lo sono andato a vedere. Guardandolo ho capito che se volevo raccontare una storia di resilienza, il punto d’arrivo sarebbe dovuto essere alle sue radici”.

Andrea Fuorto, già ottimo protagonista nel film di esordio di Simone Bozzelli, Patagonia, ci racconta il suo personaggio: “Luciano è un giovane che sa cosa non vuole fare nella vita, ma che non sa neppure cosa va cercando. La sua diffidenza verso gli altri nasce da un trauma che vediamo in un breve flashback. Quando si trova ad assistere a un esercizio sulla fiducia che le protagoniste mettono in scena prova uno strano imbarazzo: scopre che il suo trauma può convertirsi in un’occasione di rinascita. E da lì si evolve e cresce con la storia”. Storia che – come in ogni film di Rocco Papaleo – ha al centro la musica, qui raggiungendo lo status di ‘musical’ che non pare peregrino attribuire come genere a Il bene comune. “Non so se sia un musical. Di certo ha una partitura jazz che detta il ritmo, batte i contrappunti. Tutti cantano, l’orchestra è spesso in campo, esiste un altrove dove la musica è l’unico mezzo di comunicazione. Io nasco musicista prima ancora che attore e tutti i miei film hanno questa vocazione, seguono il flusso delle note. In Scordato raccontavo la frattura di un’anima (la mia) che non riusciva più a sentire il ritmo dentro di sé e ne andava in cerca. Qui invece tutto è pervaso dall’armonia. In generale ogni mio film lo vedo come una lunga canzone”.

Armonia e sogno. Un film che lavora sull’immaginare una rinascita collettiva laddove il passato è un fardello del quale liberarsi. “Io vengo da un piccolo paese, Lauria. Rispetto alle grandi città noi di provincia siamo abituati – lo faccio dire al mio personaggio all’inizio del film – a ‘sognare a vanvera’. Vuol dire che nulla è incanalato, vuol dire che il sogno molto spesso sorge dalla noia e dalla ripetizione di una quotidianità affatto stimolante. Un terreno di partenza eccezionale. Ricordo da ragazzo interminabili serate con gli amici a parlare e parlare. Di cosa? Ricordo lunghissimi dibattiti intorno ai testi delle canzoni di Battisti. Vi è mai capitato? A noi sì.”

Tra Andrea e Rocco c’è un grande affiatamento. Il pubblico lo sente e partecipa, ride, domanda, si commuove. Poi Andrea rivela: “Gli ho proposto di recitare una battuta facendo la sua imitazione. Non voleva all’inizio. Gli dico: dai, proviamo e al massimo la tagliamo via. Così la giriamo. Rocco non dice nulla, la va a rivedere. Poi borbotta: è buona, la teniamo”.

Una dimostrazione di come Il bene comune sia un vero film collettivo dove Papaleo, rivela, ha lasciato molto spazio all’improvvisazione dei suoi attori. Piena fiducia, dunque. Perché le storie per poter viaggiare hanno bisogno di molti viaggiatori.

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