Un aperitivo con Pierpaolo Capovilla

Pierpaolo Capovilla introduce Le città di pianura al PostMod

Un aperitivo con Pierpaolo Capovilla

LE CITTA’ DI PIANURA/INTERVISTA A PIERPAOLO CAPOVILLA

 

Pierpaolo Capovilla, il one dimensional man d’inizio novembre (4) che arriva al Postmodernissimo per raccontare la sua esperienza sul set de Le città di pianura opera seconda (Altri cannibali è però inedito in Italia) del talentuoso giovane regista bellunese, Francesco Sossai. Un film-caso che ha saputo trovare un riscontro di pubblico importante grazie al buon vecchio passaparola, che affabula un pubblico molto eterogeneo (tantissimi giovani) per via del suo tono concreto e disincantato.

 

“Credo che il successo de Le città di pianura lo si deva innanzitutto al respiro che porta con sé, a un’idea di mutua collaborazione, di amicizia disinteressata che innerva il film e fa sentire il pubblico parte di questo rito collettivo. Andiamo a berci l’ultima è il tormentone che Doriano e Carlobianchi si rimpallano, il loro modo di rinviare la fine di qualcosa che temono non possa mai più ritornare”.

 

Capovilla non è un attore professionista, un animale da palcoscenico certamente, ma non un artista abituato a recitare il copione di qualcun altro. La sua prima e ultima esperienza risale al 2011 e a I primi della lista di Roan Johnson, una piccola parte d’altronde. Nulla a che vedere con l’esperienza sul set di Sossai: “Francesco ha detto di aver pensato a me vedendomi in concerto. Gli trasmettevo – parole sue – l’idea di essere una persona che ‘fa le cose da sé per non doverle far fare agli altri’. Mi pare un complimento (ride). In ogni caso essere diretto è stata un’esperienza simile a una seduta terapica. Mi sono lasciato condurre, contravvenendo al mio essere. E poi Doriano non è che sia un personaggio tanto lontano da me: sai, anche lui ha un discreto problemino con l’alcol…” E il pubblico scoppia in una risata.

 

In molti hanno paragonato Le città di pianura a un moderno Sorpasso. Qui due conduttori anziché uno (il Bruno Cortona di Gassman) e un giovane disponibile a farsi trasportare (lì era Jean Luis Trintignant, qui l’ottimo Filippo Scotti). Dove? Attraverso il Veneto e l’idea di quello che questa terra è stata e non è più. Di uno spazio umano e naturale che sostituisce ai campi e ai boschi, cemento e costruzioni incontrollate. Dove un giardino ottocentesco rischia di essere sventrato da una nuovissima striscia d’asfalto. “Un film di terra e non di territorio”, spiega Capovilla. “Per questo un film umanissimo che finisce non a caso alla Tomba Brion con il genio umanista di Carlo Scarpa, un artista capace di cogliere un sincretismo dalle differenze. Ma la bravura di Francesco (Sossai) è stata quella di raccontare quel che è diventato il Veneto oggi senza moralismi né sovrastrutture. Il suo è un realismo poetico che commuove: una carezza ai nostri rammarichi”.

 

“Un film in bilico tra la nostalgia del passato e la possibilità di costruire un qualche ipotetico futuro. Io e Carlobianchi (al secolo Sergio Romano) siamo i sopravvissuti; Giulio (Filippo Scotti) il nuovo che  avanza, che arriva da tutt’altre latitudine e che impara a riconoscere la differenza tra una mappa e la realtà. Che è sempre eccedente, molto più di quello che si poteva immaginare”.

 

Un film materico, Le città di pianura, girato in pellicola, di grana grossa e pensieri fini. Un film sulla memoria: serve a ricordarci, qualora rischiassimo di perderci, da dove veniamo. Un film di resistenza perché fatto di contatti, legami, abbracci, strette, desiderio di mettersi in gioco, insieme, in totale contrasto con questi tempi di navigazione solitaria, di solitudini profondissime.

 

“Ah, quasi dimenticavo. Preso com’ero dal far l’attore avevo quasi scordato d’essere un musicista. Ma ora che me lo sono ricordato non posso che spendere due parole su Krano il giovane autore della colonna sonora del film. Di lui posso dire che è un artista che canta la sua terra: lo fa con tutto il trasporto di una persona innamorata. Ascoltarlo è un piacere commovente”.

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