DAL 8 dicembre
ORARI DA DEFINIRE
Alice Diop
Un film di Alice Diop. Con Kayije Kagame, Guslagie Malanga, Fatih Sahin, Berkay Akinci, Salih Sigirci.
Titolo originale Saint Omer. Drammatico, durata 122 min, colore - Francia, 2022 - Minerva.

Saint Omer. Un film potente e lucido come pochi che sta dinnanzi allo spettatore con una forza crescente, che letteralmente esplode nel finale. Premiato alla Mostra del Cinema di Venezia con il Leone del Futuro per la miglior opera prima e con il Gran Premio della Giuria

Recensione di Massimo Causo pubblicata su Sentieri Selvaggi

Come sempre nel cinema (documentario) di Alice Diop, l’approccio di Saint Omer è fenomenologico, parte da una condizione di fatto, dall’incontro tra la regista e un dato, una figura, un evento. Nel caso specifico si tratta di una notizia di cronaca, quella di una giovane donna di origini senegalesi (come la regista) che ha abbandonato la figlioletta sulla spiaggia di Berk, vicino Calais, lasciando che l’alta marea la portasse via. Atto medeico atroce, che però Alice Diop coglie come un dato, offrendolo (lei che nasce documentarista) alla narrazione finzionale attraverso il filtro raggelato della struttura processuale: una corte, i giudici, il presidente, la pubblica accusa e la difesa, soprattutto l’imputata, che nel film si chiama Laurence Coly, mentre nella realtà è Fabienne Kabou.

La ricostruzione degli eventi è indiziaria, testimoniale, il che del resto è la forma più vicina all’oggettività documentaria che la finzione possa immaginare: scelta forte per un film che deve affrontare una vicenda lacerante avendo come obiettivo lo scarto rispetto al giudizio (dei giudici, degli spettatori). Questo perché Alice Diop è interessata evidentemente alla dimensione del mito applicata alla realtà: l’infanticidio legato alla figura materna, qui correlato tra l’altro a un gesto che sembra voler essere quasi l’inversione di uno dei miti fondativi delle civiltà, quello dei predestinati salvati dalle acque (per non dire che siamo nei pressi di Calais, ma questa è un’altra storia, dalla quale il film si tiene opportunamente distante). Tutto questo la regista lo colloca nello spazio di una narrazione strutturata su più livelli paralleli, destinati a guardarsi reciprocamente e ad essere guardati in trasparenza: il film infatti si muove nello spazio di Rama, una scrittrice che, esattamente come ha fatto nella realtà la regista, si reca a Saint Omer per seguire il processo. Figura che incarna una sorta di transfert multiplo tra Alice Diop e l’intero apparato reale e finzionale che mette in campo, offrendo uno spazio di elaborazione testimoniale della vicenda: Rama, come Alice, è a Saint Omer per osservare, non per giudicare, il che la colloca in una dimensione che è allo stesso tempo reale, concreta, e ideale, simbolica. Offrendo al film una sorta di specchio in cui l’apparente distacco di Laurence dinnanzi all’atto che ha compiuto si riflette ripulito dal peso della colpa, ma non meno carico di una apparente insensibilità. In tutto questo gioco dinamico il film sta dinnanzi allo spettatore con una forza crescente, che letteralmente esplode nel finale, quando tutti gli elementi – reali, finzionali, simbolici, sociali – si palesano nella loro flagranza rispetto all’atto  scellerato di quella madre. La potenza catartica dell’arringa difensiva è solo il catalizzatore di un processo di consapevolezza che la regista ci offre come punto di arrivo di un film potente e lucido come pochi. Ciò che lascia il segno nel cinema di Alice Diop (accadeva lo stesso nel precedente Nous, che aveva vinto Encounters alla Berlinale 2021) è la sua capacità di offrire ai suoi film strutture che mostrano la loro complessità per vie traverse, senza mai imporsi con l’evidenza del segno netto, ma colpendo al cuore per vie indirette, tutte legate alla verità profonda del filmare.

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